“Languishing”: il torpore emotivo da Covid e come affrontarlo
L’avvento della pandemia e la sua evoluzione nel tempo hanno messo a dura prova le nostre esistenze, con un impatto tanto improvviso quanto doloroso, tanto da sconvolgere tutti gli aspetti della nostra vita.
Ci siamo trovati costretti a modificare repentinamente le nostre abitudini, accettando nostro malgrado numerose restrizioni che hanno ridotto di gran lunga le solite attività, dal prendere un semplice caffè al viaggiare fino all’altro capo del mondo.
Con l’arrivo della primavera e dei vaccini iniziamo a intravedere degli spiragli di “normalità”, auspicando a un prossimo ritorno alle nostre vite così com’erano prima. Ma sarà davvero così? Cosa ci attende aldilà del tramonto pandemico?
In una parte della popolazione, secondo Corey Keyes, sociologo e psicologo, sembra permanere una sensazione inspiegabile, caratterizzata da assenza di benessere, che prende il nome di “languishing”.
Questo “languire” si configura come uno stato di vuoto e di stagnazione, collocandosi a metà tra il benessere e la patologia. Pur non indicando un disturbo psicologico, esso risulta tipico di chi mostra bassi livelli di interesse.
Languishing è un termine inglese adottato dal sociologo e psicologo Corey Keyes, il quale ha condotto uno studio empirico coinvolgendo più di tremila adulti tra i 25 e i 74 anni, rilevando come il 12,1 % del campione della ricerca presentasse il “languishing”. Queste persone non manifestavano nessun disagio psichico specifico ma, nonostante l’assenza di disturbi, non stavano comunque “fiorendo” e prosperando.
L’avvento della pandemia ha fatto si che sperimentassimo la perdita da diversi punti di vista, costringendoci a metterci in una sorta di “stand-by”, fino a raggiungere una condizione di stallo caratterizzato da indifferenza e rassegnazione, che rappresentano terreno fertile per l’insorgenza del “languishing” (Pope, 2021). Adam Grant, psicologo statunitense, ha identificato quest’ultima come l’emozione che dominerà in modo prevalente il 2021 e che si manifesta come mancanza di gioia e di scopi. Come afferma Grant: “è come confondersi tra i giorni, come osservare le nostre vite attraverso un vetro appannato. Non siamo depressi ma, al tempo stesso, non stiamo funzionando al massimo delle nostre potenzialità. Ciò avviene perché stiamo sperimentando ormai da molti mesi l’assenza di una serie di aspetti positivi: programmazione di obiettivi, raggiungimento di soddisfazioni, socializzazione e interesse per la vita”.
Ne conseguono difficoltà di concentrazione e ridotta motivazione, che influenzano negativamente il rendimento scolastico e/o lavorativo e le relazioni sociali.
Coloro che risultano più competenti nella gestione dello stress sono meno inclini a sviluppare questa emozione, poiché si mostrano più resilienti e si lasciano sopraffare meno dagli eventi. Al contrario, le persone geneticamente predisposte a condizioni psichiatriche o che presentano una storia di ansia o depressione hanno maggiori probabilità di soffrire di “languishing”, così come i soggetti estroversi, i quali si sentiranno più frustrati a causa della forte limitazione delle occasioni di socializzazione (Gillespie, 2021).
Questo stato di stagnazione è piuttosto subdolo e non semplice da identificare, benché faccia soffrire abbastanza e sia spesso vissuto come un vuoto difficile da colmare. Lo stesso Grant offre dei consigli per per affrontare il senso di vuoto del “languishing”:
- dai un nome alle sensazioni percepite: aiuta a prendere coscienza del problema e a rendere più chiara una condizione inizialmente ambigua e confusa;
- ricordati che non sei solo: il languishing è uno stato d’animo comune e sono molte le persone in tutto il mondo che stanno provando questa emozione;
- focalizzati su piccoli obiettivi giornalieri: è un modo per “rinnovare” l’entusiasmo partendo da piccoli passi;
- segui il “flow”, cioè quello stato di piacevole abbandono che fa perdere temporaneamente la cognizione del tempo e dello spazio e che si prova quando si viene “assorbiti” da qualcosa. Lasciarsi andare e immergersi nella realizzazione di progetti personali che ci gratificano “accende” la motivazione e contrasta il senso di vuoto, con conseguente innalzamento dei livelli di benessere percepito. Alcuni esempi prevedono portare a termine un lavoro o dedicarsi ad un hobby.
Aldilà del fatto che non sia tuttora possibile prevedere se il “languishing” potrà evolvere in futuro in un vero e proprio disturbo psicologico, questo è un fenomeno dilagante che non va sottovalutato. Riconoscere che molti di noi vivono uno stato di languore è il primo passo per dare voce a questo quieto malessere e intraprendere un percorso per uscire dal disagio. La speranza è che “quando torneremo a una certa normalità, le persone potranno rinnovare il loro apprezzamento per la vita, in quanto ha doni sorprendenti che ci permettono di prosperare se siamo disposti a prenderli” (Pope, 2021).